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Lorenzo Favero

Questa, di Bergomi, è una mostra che merita particolare attento esame, ed anche, diciamolo subito, un elogio, in quanto l’Autore, non rivoluzionando la pittura, non dicendo cose nuove (il “Novecento” indicò i secoli XIV e XV come scuole di verace spiritualità e di autentica metafisica ed astrazione formale), segue con convinzione la via dell’arte figurativa, lui, giovane, vittorioso di ogni tentazione astrattistica (sarebbe del resto un ingenuo chi vi cadesse ora!) e di ogni richiamo all’ “informale”.
“Alla larga” sembra, dirci Giacomo Bergomi “da ogni stravaganza!”, seguiamo la buona e bella tradizione dei padri che cedettero dantescamente nella nepotanza dell’arte a Dio. È confortante notare che la figura e il paesaggio, in Bergomi, appartengono ad un medesimo stile: uno stile di essenzialità affermato sul disegno conciso e solenne. Il Bergomi fa crescere con ugual spiritualità disegno e colore: alla mestizia suggestiva delle figure descritte con ritmico e riassuntivo andamento si adegua il colore filtrato in una elaborata tavolozza, in una penosa macerazione degli impasti. Pittura di pensiero e, saremmo per dire, pittura sacra, anche quando il soggetto non appartenga all’argomento della liturgia.
Ma tutto diviene sacro quando si riferisca, meditando e pregando, ad ogni manifestazione della volontà di Dio, sia l’obietto il paesaggio oppure la creatura viva.
La forma è dunque decisa e sobria; il Bergomi, perché non ingenerassero senso di durezza, ha dato sagaci sfumature ai segni ed ai contorni, cosicché balza allo sguardo l’austerità di questi dipinti, non l’asperità.

LORENZO FAVERO – Da Bergomi all’A.A.B., in “La Voce del popolo”, 24 ottobre 1959.

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